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I PIRKÈ AVOT

o   LE MASSIME DEI PADRI

 


 

Il testo, la traduzione e le annotazioni

 

Trattato di Avot, introduzione

Capitolo 1

Capitolo 2

Capitolo 3

Capitolo 4

Capitolo 5

Capitolo 6

Appendice

 

L’appendice contiene uno schema storico

dell’epoca e cenni biografici intorno ai Dottori

nominati nel trattato.

 

Lettura cantilenata con l’aria romana della Mishnà

 

Audio capitolo 1

Audio capitolo 2

Audio capitolo 3

Audio capitolo 4

Audio capitolo 5

Audio capitolo 6

 

 

Lezioni sui Pirkè Avot
organizzate on line dall’UCEI nel 2020-5780

 

L’Omer ed i Pirkè Avot, rav Roberto Della Rocca, audio

 

Capitolo 1

 

Mishnaiot 1-5, rav Gianfranco Di Segni, audio

Mishnaiot 6-10, rav Alberto Sermoneta, audio

Mishnaiot 11-14, rav Michael Ascoli, audio

Mishnaiot 15-18, rav Alfonso Arbib, audio

 

Capitolo 2

 

Mishnaiot 1-7, rav Alberto Somekh, audio

Mishnaiot 8-9, rav Adolfo Locci, audio

Mishnaiot 10-12, rav Amedeo Spagnoletto, audio

Mishnaiot 13-16, rav Gianfranco Di Segni, audio

 

Capitolo 3

 

Mishnaiot 1-3, rav Yoseph Labi, audio

Mishnaiot 4-7, rav Giuseppe Momigliano, audio

Mishnaiot 8-12, rav Ariel Di Porto, audio

Mishnaiot 13-16, rav Joseph Levi, audio

Mishnaiot 17-18, rav Benedetto Carucci, audio

 

Capitolo 4

 

Mishnaiot 1-4, rav Cesare Moscati, audio

Mishnaiot 5-9, rav Umberto Piperno, audio

Mishnaiot 10-12, rav Daniel Touitou, audio

Mishnaiot 13-17, rav Yoseph Labi, audio

Mishnaiot 18-20, rav Michael Ascoli, audio

Mishnaiot 21-22, rav Roberto Della Rocca, audio

 

Capitolo 5

 

Mishnaiot 1-3, rav Adolfo Locci, audio

Mishnaiot 4-6, rav Alfonso Sassun, audio

Mishnaiot 7-9, rav Eliezer Di Martino, audio

Mishnaiot 10-15, M° David Sessa, audio

Mishnaiot 16-19, rav Alfonso Arbib, audio

Mishnaiot 20-22, rav Gianfranco Di Segni, audio

 

Capitolo 6

 

Mishnaiot 1-4

rav Roberto Colombo, audio

rav Daniele Cohenca, audio

Mishnaiot 5-8, rav Cesare Moscati, audio

Mishnaiot 9-11, rav Shalom Bachbout, audio

 

 


 

Dante Lattes, Commento alle Massime dei Padri

26 Teveth 5711, 4 Gennaio 1951

 

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La massima introduttiva

 

Nella lettura pubblica si usa far precedere ogni capitolo dalla seguente massima tratta dalla Mishnà di Sanhedrin XI. Essa è come il motto del trattato ed è la prefazione profetica alla dottrina farisaica.

 

TUTTO ISRAELE HA PARTE NEL MONDO AVVENIRE, SECONDO QUANTO È SCRITTO: «IL TUO POPOLO SARÀ FORMATO TUTTO DI ANIME GIUSTE, LE QUALI POSSEDERANNO IN PERPETUO LA TERRA; ESSI SONO IL VIRGULTO DELLA MIA PIANTAGIONE, L’OPERA DELLE MIE MANI, DI CUI SI AVRÀ MOTIVO DI MENAR VANTO».

 

La citazione è un verso di Isaia LX, 21 e dimostra come i dottori ebrei vivessero nell’atmosfera del profetismo, di cui intendevano interpretare e continuare lo spirito. Essi danno alla loro morale quale divisa proprio un passo di quel secondo Isaia che Renan dichiarava opposto allo spirito farisaico (Histoire du peuple d’Israel, IV, 130) e riportano nella chiusa cerchia della loro sinagoga, perseguitata dai greci e dai romani ma sempre sensibile ai grandi ideali, la visione della Gerusalemme «aperta giorno e notte per ricevere i popoli».

In quel capitolo il profeta preannunzia un’epoca di luce e di gloria per il suo popolo. Anche le genti pagane godranno delle splendide sorti d’Israele e ne imiteranno i costumi e le idee, mentre dalle più lontane regioni i figli dispersi accorreranno verso Gerusalemme, accompagnati dai doni e dagli inni delle popolazioni straniere. Sarà un’era di pace, di giustizia e di prosperità che si prolungherà indefinitamente, Il popolo meriterà per la sua virtù di rimanere in possesso della sua terra in perpetuo e di chiamarsi il popolo di Dio.

Isaia non alludeva ad un al di là ultraterreno dove gli ebrei sarebbero vissuti beati dopo la morte, per effetto della loro condotta immacolata, della santità della loro vita. Egli prediceva un’epoca della storia in cui il popolo, tornato sulla via della giustizia, sarebbe stato riscattato dall’esilio, sollevato dalle sue pene e ricondotto nel paese degli avi, dove avrebbe goduto a lungo la libertà e il possesso della sua terra. E data la vita onesta che Israele avrebbe allora condotto, dopo le sofferenze patite e il castigo sofferto, quell’era di pace sarebbe durata senza limite di tempo. Il sole della felicità non sarebbe più tramontato. È l’annuncio o la promessa dell’era messianica rappresentata poeticamente dal Profeta; è la descrizione della pace piena e duratura nel seno della nazione ebraica e fra i popoli del mondo. Questo è il «mondo avvenire» a cui si allude nella sentenza rabbinica, cioè l’immortalità del corpo nazionale in terra, non l’immortalità dell’anima individuale nel cielo.

Certo nella terminologia dei farisei, «mondo avvenire» significò non solo l’età messianica ma anche il mondo ultraterreno, dove si andrebbe dopo la morte, ed anche quell’altra età che dovrebbe succedere a quella messianica e alla resurrezione dei morti e della cui beatitudine gli antichi dottori dicevano di non avere nessuna idea (Sanhedrin, 29). «La credenza ebraica nell’immortalità - scriveva Moshé Hess – è inseparabile dalla credenza nazionale-umanitaria nel Messia. Anche nel più tardo giudaismo rabbinico, l’idea della vita futura - per quanto i Rabbini vi insistano di continuo - non è mai pervenuta a distinguersi espressamente dall’idea del regno messianico. Anche il cristianesimo primitivo, fintantoché i suoi fondatori non si furono staccati dal giudaismo e dal suo culto nazionale, ebbe come base quell’idea popolare ebraica secondo la quale la resurrezione dei morti, il regno del cielo e il mondo futuro non avevano altro significato che l’era messianica, la rinascita d’Israele, il regno di Dio o il regno dello spirito (Rom und Jerusalem, lettera III).

«Israele - ha scritto più tardi Renan - è giunto all’ultima tappa del suo sforzo secolare, il regno di Dio, sinonimo dell’avvenire, e la resurrezione. Estraneo all’idea di un’anima distinta che sopravvive al corpo, Israele non poteva giungere al dogma della sopravvivenza altro che facendo rivivere l’uomo intero. L’unità dell’uomo era così rispettata meglio di quanto facessero molte scuole pretesamente spiritualiste. Queste anime restano in vita per regnare coi santi, per godere del trionfo della giustizia che esse hanno fatto sorgere, per far parte del regno eterno, in seno ad una umanità rigenerata. Ecco l’idea che ha convertito il mondo. La fede nell’avvenire è stata fondata dal popolo che ha meno creduto alla immortalità dell’individuo». (Histoire du Peuple d’Israel, IV, 327).

 

Ma Olàm ha- (mondo avvenire) è per lo più, nella lingua dei dottori, il mondo della pace e della giustizia terrena, l’era messianica che segue all’era delle discordie, degli odii e dei vizi in cui viviamo attualmente e in cui gli uomini sono vissuti in ogni secolo e paese.

 

«La distribuzione dei beni di questo mondo - dice una sentenza rabbinica - non ha nessuna analogia con la distribuzione della ricchezza che si avrà nel mondo futuro. Nel mondo attuale c’è chi possiede un campo di grano e non possiede un orto e viceversa; nel mondo futuro non ci sarà nessuno che non abbia possedimenti e in montagna e in pianura e in valle». Oppure: «Il mondo futuro non somiglia a questo mondo. Nel mondo presente la vendemmia e la pigiatura dell’uva sono causa di gravi preoccupazioni; nel mondo futuro invece basterà portare un chicco d’uva in un carro o in una barca e collocarlo in un angolo della casa perché basti quanto una gran botte». Oppure: «Dice il Signore: In questo mondo solo singole persone hanno avuto il dono della profezia; nel mondo avvenire invece tutti gli ebrei diventeranno profeti». Si tratta, come si vede, della prosperità economica e della perfezione intellettuale, effetto della concordia e della virtù degli uomini.

 

La frase «possederanno o erediteranno la terra», oltre che in Isaia, si trova più volte nei Salmi (XXV, 13; XXXVII, 9, 11, 22, 29), dove ai fidenti in Dio, agli umili, ai giusti, si promette una sede stabile e sicura nel paese avito; dai Salmi è poi passata nel Vangelo: «Beati i mansueti, perché possederanno la terra» (Matteo, V, 5) assumendo, secondo il costante indirizzo della predicazione cristiana, un significato spirituale, per cui terra vuol dire cielo e la pace e la felicità non sono più nazionali e collettive, ma individuali e ultraterrene. Per Elia Benamozegh i due termini: regno dei cieli ed eredità della terra sono sinonimi, cioè indicano una cosa sola. Lo Zohar interpreta la parola terra del verso dei Salmi citato, quale sinonimo di regno (Morale juive etc. pag. 112). In un senso analogo a quello ebraico, il termine «mondo avvenire» è rimasto anche nella letteratura evangelica: «A chiunque avrà parlato contro lo Spirito Santo, non sarà perdonato né in questa età né nell’età a venire» (Matteo, XII, 32 - vedi anche Marco, X, 30; Luca, XVIII, 30) cioè nell’età messianica.

 

La frase di Isaia, staccata dal contesto del capitolo, che voleva essere un preannunzio di tempi lontani e perfetti, parrebbe a prima vista aver assunto nella esegesi dei Rabbini un significato assoluto ed una portata generale, quasi che agli Ebrei di qualunque tempo e luogo debba essere assicurata incondizionatamente la beatitudine eterna o la felicità terrena, per un privilegio od una elezione che li sottrarrebbe alle sorti comuni e ne farebbe la nazione infallibile e privilegiata. Ma come Isaia presupponeva una pienezza di virtù e il pentimento da parte degli Ebrei dopo il duro castigo e l’espiazione, così anche i Rabbini, ponendo quella proposizione come motto dei Pirké Avoth, che erano per loro la guida verso la santità, presupponevano che gli Ebrei, volendo ottenere in terra o in cielo la pace e la gioia, adempissero prima alle raccomandazioni contenute nelle massime dei Maestri a cui quella proposizione era premessa. L’osservanza dei precetti morali enunciati in quei capitoli avrebbe loro assicurato la felicità promessa dal profeta ai buoni e ai giusti del loro popolo. Quindi l’onesta condotta è sempre la condizione della felicità la quale è promessa tanto agli Ebrei giusti e buoni quanto ai «pii delle nazioni del mondo, che hanno parte egualmente nel mondo futuro».

 

L’esegesi farisaica è più logica e aderente al testo della Bibbia di quel che sembri a prima vista, anche se talvolta si ha l’impressione che i Rabbini, per nobili fini didattici o morali, non rispettino troppo il senso letterale delle Sacre scritture ma ne cerchino altri, figurati o anagogici. In questo caso essi pensano, come Isaia, ad un’età nuova e lontana, dopo l’avvento messianico o, come dice il mistico De Useda, dopo la resurrezione dei morti, che è pure olàm ha-, in cui questo popolo, dopo aver resistito al male e alle iniquità degli uomini, dopo esser sopravvissuto alle età tempestose e tragiche della Storia ed esser stato purgato delle sue colpe, sarà restaurato nella sua funzione e fatto degno di godere del tempo sereno che spunta finalmente per Lui e per l’umanità. Moshé Hess chiamava questa felice età il sabato della storia, come i Rabbini chiamavano Sabato quel «mondo che è tutto bello». Essi dovevano confortare in qualche modo, con qualche speranza di giustizia e con qualche lieta visione, il popolo oppresso da tiranni stranieri o da tiranni indigeni, il popolo che aveva invano atteso i giorni felici sognati tornando in patria dopo l’esilio. E più d’uno avrà domandato: Di questa beatitudine futura che cosa ce ne facciamo noi che viviamo nel dolore e moriremo nell’oppressione? E allora era venuta la parola consolatrice dei dottori ad assicurare gli scettici e gli impazienti che tutto Israele sarebbe stato presente un giorno, dopo la palingenesi, a quelle beate età, come aveva già preannunziato il profeta.

 

A quando risale questa parola di fede dei Rabbini nella felice età serbata ad Israele, a tutto Israele? Pare che essa fosse la conclusione di una lunga disputa che ebbe luogo in seno alle classi e alle scuole della società ebraica all’alba del cristianesimo. «Molti credevano che dovessero esser pochi coloro che avrebbero meritato di partecipare alla vita immortale. I circoli giudeo-cristiani ritenevano che la grande maggioranza dell’Umanità fosse condannata alla perdizione, se il sangue del redentore non fosse venuto a salvarla». (Dr. J. H. HERTZ, Sayings of the Fathers, pag. 4). In Matteo, (VII, 14) è infatti scritto: «La porta stretta e la via angusta menano alla vita e pochi son coloro che la trovano», oppurre (XXII, 14): «Molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti». A questa idea i Rabbini opponevano la loro dottrina morale, secondo la quale la felicità e il bene non dipendono da un fatto esteriore o da un principio di fede, ma dalla virtù degli uomini e quindi tutti sono capaci di ottenerli. Tutti, ebrei e pagani. «Aprite le porte ed entri la gente onesta che osserva la lealtà» (Isaia, XXVI, 2). Il Profeta non dice: «Ed entrino i sacerdoti, i leviti, gli israeliti, ma dice: entri la gente onesta». Ancora: «Io chiamo a testimoni il cielo e la terra che pagàno o ebreo, uomo o donna, schiavo o schiava, su tutti poserà lo Spirito Santo, secondo le opere che compieranno».

 

Guida a queste buone opere potevano essere le massime dei Sapienti, dei padri morali cioè dei maestri del popolo, che erano state raccolte e tramandate nei cinque capitoli di Avòth.

 

 

 

 


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