Rav Riccardo Pacifici – Discorsi sulla Torà


XX

TEZAVVÈ

(Esodo XXVII, 20 - XXX, 10)


Dopo aver descritto la forma, le dimensioni, la struttura del Santuario e dei suoi arredi, la Torà prescrive ora nella Parashà odierna quali dovevano essere gli arredi e gli abiti dei sacerdoti. Aharon, i suoi figli e discendenti erano stati chiamati al sacerdozio del Tempio; essi però dovevano essere iniziati solennemente a questo alto ufficio e ad esso dovevano essere consacrati con lunghe e minuziose cerimonie, onde radicare nel loro animo l'importanza, l'elevatezza dell'ufficio cui erano chiamati. Fra loro acquistava però posizione assolutamente preminente il sommo sacerdote Aharon e i suoi successori; gli abiti che egli doveva indossare dovevano essere un simbolo esterno della sua alta dignità, alla quale doveva corrispondere un'altrettanto alta vocazione.

La coscienza di essere l'alta guida spirituale del popolo doveva guidare sempre il sommo sacerdote nel suo ministero: egli perciò, sopra gli abiti portava i segni tangibili della collettività d'Israele. Sopra l'Efod che era uno degli abiti principali, vi erano due spalline che portavano incise su due pietre i nomi delle dodici tribù d'Israele; sul petto inoltre scendeva un usbergo quadrangolare con incastonate dodici pietre preziose, su ciascuna delle quali era inciso il nome di una tribù d'Israele: "E porterà Aharon i nomi dei figli d'Israele incisi nel pettorale del giudizio sul suo cuore, ogni volta che entra nel Santuario e li ricorderà dinanzi al Signore sempre!" (Esodo XXVIII, 29). Il sacerdozio non era quindi un onore, ma un onere, i nomi dei figli d'Israele, cioè della collettività erano sulle spalle del sacerdote ad indicare che il suo ufficio era un carico da sopportarsi con pazienza, forza, risolutezza ed abnegazione; e gli stessi nomi erano scritti sul Choshen Mishpath, cioè sul pettorale che stava dinanzi al cuore, per indicare quanta premurosità, quanto amore doveva il sacerdote portare alla causa del suo popolo. Era l'amore per il suo popolo che doveva guidare il sommo sacerdote nelle sue azioni, erano gli interessi del popolo che da lui dovevano tutelarsi, erano i suoi diritti che dovevano essere difesi.

Il sacerdote era dunque il popolo e, per non dimenticare mai questa identificazione sua col popolo, egli portava innanzi al petto i nomi d'Israele.

V'era poi un manto che copriva l'Efod, il cui lembo era adorno di melograni variopinti e di campanelletti d'oro: "La voce (del sacerdote) dovrà udirsi ogni volta che egli entra nel Santuario e ogni volta che egli ne esce". Quale profondo insegnamento! La voce del sacerdote deve sempre ascoltarsi, perché come dice il profeta: "Legge di verità è sulla sua bocca, né cosa meno giusta trovasi sulle sue labbra; in pace e con rettitudine ei procede con Dio e molti sottrae alla colpa e al vizio. Le labbra del sacerdote custodiscono la conoscenza e l'insegnamento si cerca dalla sua bocca, perché angiolo del Signore egli è". (Malakhi, Il, 6-7).

Questa è la voce del sacerdote: questo è il suono che egli deve far risuonare nel Santuario; se questa è la sua voce, se questa è la figura ideale rappresentata dal sacerdote, è dovere ascoltare. Il sacerdote nel verso del profeta è poi il simbolo del capo di Israele: il capo d'Israele deve avere l'idea della responsabilità che grava su di lui, deve circondare la sua vita di santità, deve adornare di purezza le sue labbra e di verità il suo cuore. Se questo è l'insegnamento che egli può dare, la sua voce deve essere ascoltata quando egli entra a conoscere e quando egli esce a rivelare la divina verità; la sua voce deve essere ascoltata dal popolo che egli guida, perché egli è il messaggero della divina volontà.