Rav Riccardo Pacifici – Discorsi sulla Torà


XXI

KI TISSÀ

(Esodo XXX, 11 - XXXIV)

L'ABERRAZIONE DAL PRINCIPIO DELL'UNO


La nostra Parashà ci offre il primo esempio della caduta morale d'Israele: è un esempio di quel distacco dal principio dell'Uno, che altre volte riapparirà nella storia d'Israele, mostrando come questo popolo che, pur ha saputo assurgere a tante sublimi visioni spirituali, ha purtroppo conosciuto anche l'onta di tante paradossali aberrazioni.

Mentre il sommo maestro Mosè, è salito sul monte ed ivi si indugia per ricevere direttamente da Dio il supremo insegnamento, il popolo che non si rende conto di questa sosta prolungata e forse imprevista, si smarrisce, perde per un minuto la fiducia in stesso e nel suo condottiero e reclama da Aharon la costruzione di un idolo.

L'idea dell'idolo non vuole essere, nell'intenzione dei suoi costruttori, una negazione della sovranità di Dio, ma vorrebbe soltanto rappresentare in modo concreto la presenza di una forza che sia di guida a Israele: incredibile pervertimento di una gente che non era giunta alla maturità spirituale necessaria per sentire Dio come l'immateriale Spirito Sovrano del tutto. Può sembrare strano che Israele, il quale pur di recente aveva avuto alte prove della grandezza e potenza di Dio, si lasciasse così facilmente trascinare verso una così volgare e irriverente dimenticanza di Lui. Può sembrare strano, ma la tendenza a realizzare l'Uno, l'Assoluto che è lo scopo e il significato della Torà, se ha allora subito questa imperdonabile deviazione, ha continuato, poi, anche in altre occasioni e in altre forme, a mancare alla sua intima legge.

A noi la costruzione del vitello d'oro appare come una crassa materializzazione offensiva all'idea purissima di Dio; ma questa colpa deve essere fatta rientrare nel quadro generale dell'inadempienza d'Israele alla legge dell'Uno. Quante altre volte Israele è mancato, quante altre volte la legge dell'Assoluto non è stata realizzata! O sia la violazione del comando che vieta la figurazione di Dio o sia l'offesa ad altri fondamentali doveri della Torà, si tratta sempre di incrinare l'intima saldatura dell'idea unitaria. E quante volte non cediamo noi stessi ai nostri istinti e alle nostre debolezze, quante volte, forse senza volerlo, ci costruiamo anche noi, altrettanti idoli d'oro e d'argento, ai quali ci inchiniamo, quante volte siamo schiavi delle nostre passioni e delle nostre false figurazioni! Si tratta sempre della stessa colpa: è sempre la violazione del principio dell'Unità che mette in contrasto la debolezza di Israele con la sublimità dell'unità a lui assegnata. In questo contrasto tra la colpa del popolo, tra la sua incapacità ad avvicinarsi all'Assoluto e la volontà ardente di realizzare l'Assoluto da parte del Profeta, sta uno degli aspetti costanti della vita di Israele: è sempre il contrasto tra la massa ribelle e il capo, tra il profeta e il popolo, quel contrasto che poi si svilupperà, nel corso della storia ebraica, tra "l'uomo di Dio" e la gente incapace di sentirlo e di realizzarlo. Questo contrasto assume forse qui un aspetto titanico tra la figura di Mosè da un lato e quella del popolo dall'altro; Mosè è il profeta sommo, è l'uomo che ha conosciuto Dio faccia a faccia; egli scende dal monte con l'occhio fulgente, illuminato dalla luce di Dio; egli reca con il dono prezioso, il tesoro d'Israele, la sintesi dell'insegnamento divino: alla vista della depravazione del popolo, Mosè non regge e mentre la sua figura si erige gigantesca ad ammonire e biasimare, le sue stesse mani infrangono quelle tavole della Torà che non rappresenteranno più il pegno di fedeltà al patto. È questo il momento culminante che rivela l'abisso tra il condottiero e il popolo, ma non è la rottura definitiva; è soltanto il momento della tacita rampogna contro la condotta d'Israele. Superato questo momento, Mosè saprà comprendere la caducità del popolo, saprà interporsi presso Dio e invocare la clemenza e il perdono, saprà perdonare e, cosa ancor più difficile saprà far perdonare, saprà riprendere la guida del popolo smarrito, riconducendo Dio al popolo e il popolo a Dio.