Indice delle Parashot di Bereshit

 

Se non indicato diversamente i commenti sono di Jonathan Pacifici.

I sunti delle Parashot sono stati compilati da Dante Lattes (qui il testo completo).


Genesi/Bereshit | Esodo/Shemot | Levitico/Vaikrà | Numeri/Bemidbar | Deuteronomio/Devarim


 

Libro di Bereshit

Commenti generali

 

La famiglia nel Libro di Bereshit, una serie di lezioni di:

Rav Riccardo Di Segni, Rav Alfonso Arbib, Rav Roberto Colombo, Rav Umberto Piperno, David Piazza

 

 

Bereshit, Genesi 1,1 - 6,8

 

La creazione del mondo - Il paradiso terrestre - La cacciata - Il fratricidio - Le prime arti - La condanna dell’umanità perversa.

 

In principio, cioè in un’epoca remota e indeterminata, Dio creò il cielo e la terra. Facendo ordine in queste due porzioni del mondo, che erano ancora avvolte nell’oscurità del primitivo caos, Dio dette origine in sei giorni alle cose quali oggi le vediamo; creò cioè nel primo giorno la luce, nel secondo la volta celeste, nel terzo separò la terra dall’acqua in cui era sommersa, dando così origine a quello che noi chiamiamo il regno vegetale, in tutte le sue forme ed aspetti; nel quarto giorno creò il sole, la luna e le stelle, cioè i corpi celesti; nel quinto i pesci abitatori dell’acqua e gli uccelli abitatori dell’aria, nel sesto gli animali che vivono sulla terra e finalmente l’essere più nobile del creato, l’uomo, fatto ad immagine e somiglianza di Dio. Terminata l’opera della creazione, Dio destinò il sabato a celebrarla col riposo.

L'uomo - Adamo, perché plasmato dalla terra (adamàh) e che Dio stesso aveva vivificato col suo spirito - ebbe per lieta dimora un magnifico giardino dove, insieme alle altre piante poste lungo maestosi fiumi, si trovavano due alberi di eccezionale natura: quello della vita e quello della nozione del bene e del male: alberi che era vietato all’uomo di toccare. Per quanto vivesse in un luogo delizioso e non avesse da pensare ad altro che a godere il magnifico panorama e le dolci ombre del parco, delle cui piante e dei cui fiori gli era affidata la cura, Adamo dovette sentire di esser solo. Dio allora volle confortare la sua solitudine dandogli una compagna degna di lui: la donna, Eva.

Fra gli animali del giardino ce n’era uno, insidioso ed astuto più di ogni altro: il serpente, il quale, invidioso della pace della coppia umana, indusse con le sue male arti la donna a mangiare il frutto vietato d’uno degli alberi, quello della conoscenza del bene e del male, e ad offrirlo anche all’ingenuo compagno. Per questa disubbidienza furono puniti tutti e tre: l’uomo, la donna ed il serpente seduttore, e la coppia peccatrice fu cacciata dal giardino, iniziando la dura esistenza di lavoro e di dolore che è la sorte terrena degli uomini.

Un’orribile tragedia funestava poco dopo quella prima famiglia: uno dei figli, Caino, dedito al lavoro dei campi, uccideva in un accesso di invidioso furore il fratello Abele, dedito alla pastorizia. Il fratricida fu condannato ad andare ramingo per la terra, senza possibilità di pace e di riposo.

Con la generazione seguente cominciavano le varie arti e industrie umane e le invenzioni relative: la pastorizia, la costruzione delle città, la musica ed i suoi strumenti, la lavorazione del ferro e del rame.

La parashàh termina con la lista delle generazioni che conducono da Adamo fino a Noè.

 

Testo e traduzione

Bereshit, facsimile dal Pentateuco di Shadal

La parashà manoscritta su un vero Sefer Torà

La prima chiamata, rito romano (solo primo giorno), rav Haiim Della Rocca

La parashà cantata, prima chiamata (tutti i 7 giorni), Jonathan Pacifici

La parashà cantata dalla seconda chiamata alla fine, Jonathan Pacifici

La prima chiamata, rito fiorentino, Manuel Ventura

La Torà e la Creazione, rav Riccardo Pacifici z”l

Parashat Bereshit, Dante Lattes da Nuovo Commento alla Torà

Midrashim sulla parashat Bereshit, scelti e tradotti da rav Riccardo Pacifici z”l

L’Opera della Creazione - Antologia di commenti rabbinici

In Principio, raccolta di midrashim e Agadoth su Bereshit. A cura di Giacomo Kahn.

La luce della Creazione

Le sette leggi noachidi

L’intenzione nelle mizvot

Il Sole, la Luna e lo studio della Torà

Torà e lavoro

La forza di un atnachta

Derashà di Simhat Torà e Shabbat Bereshit 5771

Adam e Chavvà, Eretz Israel e Diaspora

Derashà di Simhat Torà e Shabbat Bereshit 5774

Adam l’innovatore

L’haftarà di Bereshit

Rapporto con la parashà: Dio è designato come creatore dei cieli e della terra e di tutto ciò che in essi si trova, e come animatore degli esseri viventi.

Testo e traduzione della haftarà

Tutte le haftarot di Bereshit nella traduzione di Shadal


 

Noah, Genesi 6,9 - 11,32

 

Il diluvio universale - La Torre di Babele.

 

Noè, unico giusto in mezzo all’umanità corrotta, riceve da Dio la notizia della sentenza di morte e di distruzione di tutti gli animali che avevano empito di vizio la terra. Da questo universale cataclisma si sarebbe salvata la famiglia del pio patriarca, a cui si consigliava perciò di costruire una grande barca capace di ospitare due esemplari di ogni specie animale «impura», maschio e femmina, e sette copie di animali «puri».

Dopo che Noè ebbe terminato la costruzione dell’arca ed ebbe accolto nei suoi ampi fianchi le schiere degli animali esistenti, cominciò il «diluvio» che continuò ininterrotto per quaranta giorni e quaranta notti. Sotto quella pioggia annegarono tutti gli esseri, uomini e bestie, che non avevano trovato rifugio nell’arca.

L’acqua cominciò a decrescere dopo 150 giorni e l’enorme casa galleggiante si posò sui monti di Ararat. Prima di uscire a rivedere il sole e la terra, dopo tanta ansiosa clausura, Noè mandò fuori dalla finestra dell’arca prima un corvo, che fece però ogni volta ritorno avendo trovato ancora il mondo sotto l’acqua e il fango, e poi per tre volte una colomba, la quale la seconda volta tornò portando nel becco una foglia d’olivo e la terza volta non fece più ritorno. La terra aveva ripreso il suo aspetto, per cui Noè poté uscire e ringraziare Dio d’averlo salvato in quella totale morte degli esseri.

La condanna dovette sembrare o troppo severa o inutile per la correzione degli uomini, sicché Dio promise a Noè che non avrebbe mai più mandato il diluvio sulla terra.

Uscito dall’arca, Noè riprese il lavoro dei campi e piantò la prima vigna. Poi, fatto il vino, si ubriacò e si coricò tutto nudo nella sua tenda. Cam, il figlio minore, avendolo veduto in così sconcio stato, chiamò i fratelli Sem e Jefet perché assistessero all’impudico spettacolo, ma essi, mossi da rispetto filiale e camminando a ritroso, coprirono le nudità paterne per cui si meritarono la riconoscente benedizione del padre.

S’iniziava così una nuova, seconda umanità, di cui la parashàh fornisce i dati genealogici colle varie stirpi e popolazioni derivate dai tre figli di Noè. Fra i personaggi di quella nuova storia viene ricordato Nimròd, grande cacciatore al cospetto di Dio e, fra i fatti più notevoli, la costruzione della Torre di Babele con cui quelle temerarie genti primitive pensavano di dar la scalata al cielo. Ma la confusione linguistica gettata fra gli audaci costruttori li costrinse a desistere dall’impresa e a disperdersi sulla terra.

La parashàh si chiude con la genealogia di Sem, colla quale si giunge ad Abramo, capostipite della gente ebraica. E comincia così la vera storia del popolo.

 

Testo e traduzione

Noah, facsimile dal Pentateuco di Shadal

La parashà manoscritta su un vero Sefer Torà

 La parashà cantata, Benny Di Veroli

Lezione audio – Rav Haiim Della Rocca, Jonathan Pacifici

Il giusto, sostegno del mondo, rav Riccardo Pacifici z”l

Parashat Noah, Dante Lattes da Nuovo Commento alla Torà

Midrashim sulla parashat Noah, scelti e tradotti da rav Riccardo Pacifici z”l

Noah, nullità rispetto ad Avraham? rav Roberto Colombo

Noah, con gli insegnamenti di rav Sacks, Jonathan Pacifici

Noè procedeva con Dio, l’universalismo ebraico, rav Riccardo Di Segni

La torre di Babele

Cultura ebraica / cultura laica

Il diluvio e il cambiamento climatico

La sessualità e l’ebraismo

Nimrod e l’idolatria

I tre mondi di Noah

Schiavi e schiavitù

La lingua del Santo

Noach, il posarsi dell’arca ed il salire del Korban

L’equilibrio tra le acque

La finestra che illumina

L’haftarà di Noah, rito italiano

L’haftarà di Noah, rito spagnolo

L’haftarà di Noah con Berachot cantata da Rav Nello Pavoncello

Rapporto con la parashà: La menzione delle acque di Noè, cioè del diluvio.

Testo e traduzione della haftarà

Tutte le haftarot di Bereshit nella traduzione di Shadal


 

Lech lechà, Genesi 12,1 - 16,16

 

Abramo nel paese di Canaàn - Il ratto di Saraj - La liberazione di Lot - La fuga di Hagàr - La circoncisione.

 

Dio ordinò ad Abramo di abbandonare il suo paese natio e la sua famiglia per stabilirsi in un’altra terra, dove i suoi discendenti sarebbero diventati un popolo grande, glorioso e benefico agli uomini. Abramo partì insieme con la moglie Saraj, col nipote Lot, coi loro averi e colla carovana dei loro dipendenti, e si diresse verso il paese di Canaàn, che egli percorse a varie tappe da Shekhèm sopra Gerusalemme fino al Néghev. La carestia che regnava in quelle contrade lo costrinse a scendere in Egitto dove Saraj attrasse colla sua rara bellezza gli sguardi dei cortigiani del re Faraone che la rapirono e la condussero a corte. Il re colpito, in seguito a questo ratto, da gravi piaghe, la restituì al marito colle debite scuse.

Risalito nel Neghèv, le liti frequenti fra i pastori di Abramo e quelli di Lot decisero i due parenti a separarsi e fu lo zio che lasciò al nipote la scelta della regione in cui avrebbe preferito stabilirsi. Lot scelse il litorale del Giordano, ricco di pascoli e pose le sue tende nelle ubertose campagne della regione di Sodoma, ed Abramo, dopo un lungo viaggio nel paese, si stabilì nei dintorni di Hebròn.

Nel corso di una guerra fra due coalizioni di Re nella Medio Oriente, Sodoma fu saccheggiata e Lot fu fatto prigioniero. Alla notizia della cattura del nipote, Abramo armò i suoi servi e dopo una rapida marcia notturna liberò Lot e la sua gente, ricevendo i ringraziamenti del re di Sodoma e la benedizione di Malkizèdeq re di Shalem (Gerusalemme).

Nonostante le ripetute promesse di Dio, Abramo non sapeva consolarsi della mancanza di un erede. Preoccupata della sua sterilità, Saraj concesse al marito come seconda moglie, la schiava egiziana Hagàr, la quale, avendo dimostrato durante il periodo della concezione di non avere per la signora il rispetto dovutole ed essendo stata per questo suo comportamento maltrattata, fu costretta a fuggire; ma poi, per consiglio di un angiolo, si decise a far ritorno alla casa di Abramo e a sottomettersi alla irritata padrona. Hagàr dette alla luce un figliolo a cui pose nome Ismaele. In una nuova apparizione, Dio riconfermò ancora una volta la sua promessa ad Abramo, ordinandogli il rito della circoncisione che egli effettuò sopra se stesso, sul figlio Ismaele, e su tutta la sua gente e annunziandogli, per quanto avesse già cento anni e la moglie ben novanta, che avrebbe avuto un figlio a cui doveva porre il nome di Izchaq.

 

Testo e traduzione

Lech lechà, facsimile dal Pentateuco di Shadal

La parashà manoscritta su un vero Sefer Torà

La parashà cantata

La vocazione di Abramo, rav Riccardo Pacifici z”l

Parashat Lech Lechà, Dante Lattes da Nuovo Commento alla Torà

Midrashim su Abramo, scelti e tradotti da rav Riccardo Pacifici z”l

Un commento ai primi versi della parashà, rav Riccardo Di Segni

Patriarchi imperfetti, Jonathan Pacifici

La milà

La milà (2)

Preghiera per la Redenzione

L’accademia di Avraham, l’educatore

La mezuzà della Porta di Nikanor

La guerra dei re e la guerra di Avraham

Torà itinerante?

Le due aliot di Avraham

La milà (3)

L’aria di Erez Israel rende Saggi

Chi salirà per noi in Cielo, ed essa non è in Cielo

Servi il Signore per conto tuo

L’haftarà di Lech lechà

Rapporto con la parashà: Nel passo profetico è menzionato Abramo, di cui si parla diffusamente nella parashà. Secondo il Midrash ed alcuni commentatori antichi, si allude ad Abramo nel verso dell’haftarà Isaia 41,2.

Testo e traduzione della haftarà

Tutte le haftarot di Bereshit nella traduzione di Shadal


 

Vaierà, Genesi 17,1 - 22,24

 

La distruzione di Sodoma - La nascita di Isacco - Il suo risparmiato sacrificio.

 

In una calda giornata, mentre Abramo sedeva sulla soglia della sua tenda, gli comparvero all’improvviso davanti tre uomini. Egli corse loro incontro e, dopo i più rispettosi convenevoli secondo le gentili regole dell’ospitalità orientale, li invitò a riposarsi all’ombra degli alberi e a rifocillarsi. Le pietanze che offrì loro (focacce di fior di farina, un tenero vitellino arrosto, crema e il latte) dovettero rendere molto gradita ai forestieri l’accoglienza ricevuta con tanta signorilità. Finito che ebbero di mangiare, i tre ospiti, dopo aver chiesto di Sara, annunziarono che la vecchia signora al compìr dell’anno avrebbe avuto il figlio invano sperato fino ad allora. E come Abramo aveva riso all’annunzio precedente, così rise anche Sara. Di là i tre forestieri, accompagnati per un tratto di strada da Abramo, si diressero verso Sodoma, di cui Dio comunicò al patriarca la distruzione imminente, non sdegnando tuttavia di porgere benigno ascolto alla preghiera di indulgenza verso la città peccatrice rivoltagli in quell’occasione da Abramo.

A Sodoma giungevano verso sera due dei tre viandanti, che la storia rivela essere stati dei messi celesti e venivano invitati da Lot a pernottare casa sua. Poi comunicavano all’ospite che era imminente la distruzione della città e la morte di tutti gli abitanti, rei di inespiabili colpe, e che egli doveva abbandonare il luogo con tutti i suoi, se voleva aver salva la vita. Perciò Lot allo spuntar dell’alba lasciava Sodoma con la moglie e le sue due figliuole. Sotto una pioggia di fuoco e di zolfo le due ree città di Sodoma e di Gomorra scomparivano dalla faccia della terra e tutta quella zona veniva irrimediabilmente sconvolta.

Trasferitosi Abramo più a sud, durante una sosta a Gherar, Sara fu rapita per ordine del re di quel luogo, ignaro anch’egli, come il suo collega d’Egitto, che si trattava d’una donna maritata. Riconosciuta l'involontaria colpa, restituì ad Abramo la sua compagna, lamentandosi però con lui per avergli fatto credere che la donna che lo accompagnava fosse sua sorella e facendo lodevole ammenda.

Sara ebbe poco dopo il figlio sospirato a cui Abramo mise nome Itzchàq. Durante la festa con cui si celebrava il felice giorno nel quale Isacco era stato divezzato, l’ironico riso del fratellastro Ismaele rinfocolò l’antico rancore fra Sara e Hagàr. Ed una seconda volta la schiava fu cacciata insieme col figlio. Ma anche questa volta Dio intervenne a confortare e a salvare, nella sperduta solitudine e nella sete dell’arsa pianura, la disgraziata madre.

Segue quindi il racconto del mancato sacrifizio d’Isacco con cui Dio volle mettere alla prova la capacità di obbedienza del patriarca. La prova fu vinta senza però che l’amor paterno dovesse soffrirne senza rimedio. E l’eroica accondiscendenza al volere di Dio meritò ad Abramo la rinnovata assicurazione d’una prospera, felice, numerosa discendenza, benefica alle genti del mondo.

 

Testo e traduzione

Vaierà, facsimile dal Pentateuco di Shadal

La parashà manoscritta su un vero Sefer Torà

La parashà cantata

Abramo e la società del suo tempo, rav Riccardo Pacifici z”l

Parashat Vaierà, Dante Lattes da Nuovo Commento alla Torà

Midrashim sul “Sacrificio di Isacco”, scelti e tradotti da rav Riccardo Pacifici z”l

L’Akedat Izhak

Angeli, mazzot, Pesach

Le prove di Abramo, la legatura di Isacco

Avraham, Sarà ed Avimelech

Il chesed, mattone del Mondo Futuro

Il Monte Moriah, a Jerushalaim

La separazione di Avraham

La parashà della visione

Un uomo alla porta del Sacro

La “legatura di Isacco”: Sogno o realtà? rav David Gianfranco Di Segni

Quale incarico hanno gli angeli?

Il pidocchio dello Shabbat

Ittur Soferim, la Bellezza del Testo

L’haftarà di Vaierà

Rapporto con la parashà: La donna di Sciunem, a cui, dopo lunga sterilità nacque un figlio annunziatole dal profeta, presenta analogie con Sara.

Tutte le haftarot di Bereshit nella traduzione di Shadal


 

Haiiè Sarà, Genesi 23,1 - 25,18

 

Morte di Sarah - La grotta di Machpelah - Rebecca va sposa a Isacco - Morte di Abramo.

 

Sara moriva a 127 anni a Hebron e veniva sepolta dal marito superstite nella grotta di Machpelah acquistata dai Hittiti per 400 sicli d’argento. Abramo, perduta la sua compagna e sentendosi ormai vecchio, mandò il suo servo fedele Eliezer a cercare una sposa per il figliuolo Isacco nella sua famiglia, nel luogo della sua origine. Eliezer partiva per la Mesopotamia con una carovana di cammelli carichi di preziosi doni destinati ai congiunti del padrone. Giunto verso sera a Charan, dove viveva Nachòr fratello di Abram, egli si accampò presso ad un pozzo Dove le ragazze della città venivano ad attingere l’acqua e pregò Iddio che lo aiutasse a scoprire fra quelle la donna degna di andar sposa al suo padroncino Isacco. Aveva appena terminato la sua orazione, che vide venir verso il pozzo una bella giovane che, alla sua preghiera di dargli un po’ d’acqua dalla sua brocca, rispose con rara gentilezza che avrebbe volentieri abbeverato anche i suoi cammelli. Era proprio quello l’atto di cortesia che egli aveva invocato nella sua preghiera. La giovane era Rebecca, figlia di Betuèl e nipote di Milkàh e di Nachòr. Ella offrì a Eliezer ospitalità per lui e per la sua carovana, dopodiché rientrò a casa riferì ai familiari quanto le era accaduto presso il pozzo. Allora Labano suo fratello corse incontro al forestiero e lo invitò a prendere alloggio a casa sua. Prima di ogni altra cosa Eliezer espose lo scopo del suo viaggio e chiese che Rebecca acconsentisse a partire con lui verso il luogo dove abitava lo zio Abramo e dove avrebbe formato una nuova famiglia nella sua famiglia. La ragazza divenne così la sposa di Isacco.

Abramo moriva a 175 anni e veniva sepolto accanto alla compagna nella grotta di Machpelah.

 

Testo e traduzione

Haiiè Sarà, facsimile dal Pentateuco di Shadal

La parashà manoscritta su un vero Sefer Torà

La parashà cantata

Sarà e le origini della famiglia ebraica, rav Riccardo Pacifici z”l

Parashat Haiiè Sarà, Dante Lattes da Nuovo Commento alla Torà

Lezione sulla Parashàt Haiiè Sarà, rav Riccardo Di Segni

Sette anni per la bellezza, rav Riccardo Di Segni

Il doppio racconto di Eliezer

Il caso e le nostre azioni

La preghiera per la pioggia

Izhak ed Ishmael, personaggi paralleli

La ghevurà di Izchak, la pudicizia di Rivkà

La preghiera inespressa ed esaudita

Aggiustare il tempo

I monili di Rivkà  

La afkaat kidushin

Il recupero di Charan

L’haftarà di Haiiè Sarà

Rapporto con la parashà: Nella haftarà si parla di quel che avvenne quando David era vecchio, come nella parashà si narra di quel che avvenne quando Abramo era vecchio.

Tutte le haftarot di Bereshit nella traduzione di Shadal


 

Toledot, Genesi 25,19 - 28,9

 

Esaù e Giacobbe - La primogenitura per un piatto di lenticchie - La benedizione d’Isacco.

 

Rebecca, dopo un periodo di sterilità durato vent’anni, partoriva due gemelli: Esaù e Giacobbe. I due fratelli crebbero con tendenze diverse ed opposte; il primo era dedito alla caccia e alla libera vita dei campi, il secondo era amante della serena vita della tenda e del focolare domestico. L’uno era il prediletto del padre a cui piaceva la selvaggina, L'altro era più caro alla madre per il suo carattere casalingo.

Un giorno accadde che tornando dalla caccia, Esaù fu attratto dall’odore di un piatto di lenticchie che veniva dalla tenda del fratello e tanto era stanco e affamato che non si fece scrupolo di chiedere una porzione per sé di quella roba rossa (adòm) da cui venne il nome di Edom  ai discendenti di Esaù. Giacobbe non gliela rifiutò, ma domandò in cambio che Esaù gli cedesse il suo diritto alla primogenitura. L’altro, senza difficoltà alcuna, acconsentì, tanto poco egli teneva a quel privilegio.

In seguito alla carestia, Isacco, come era già accaduto a suo padre, si trasferì nelle terre di Avimèlech re filisteo di Gheràr e là gli toccò press’a poco il medesimo incidente che era occorso ad Abramo, ma senz’alcuna conseguenza se non il rimprovero di aver celato la qualità di donna coniugata che aveva Rebecca e d’aver esposto quella gente ignara a correre il rischio di un involontario adulterio.

La vita sarebbe trascorsa prospera e felice per Isacco, se non fossero stati i noiosi conflitti provocati dagli abitanti del paese invidiosi della sua ricchezza, conflitti che lo costringevano a cambiar periodicamente e continuamente una sede dopo l’altra, finché un’ambasciata del re di Gheràr venne a proporgli un patto di amicizia.

Nella vita di Isacco non c’è nessuna altra vicenda degna di ricordo. La vecchiaia e la cecità pare che lo cogliessero quasi all’improvviso, sicché, sentendo vicina la morte, mandò a chiamare il figlio primogenito, Esaù, e lo invitò ad andare a caccia e preparargli uno di quei piatti prelibati di selvaggina che gli piacevano tanto. Rebecca indusse allora Giacobbe a sostituirsi al fratello e, travestitolo, comando dal padre cieco con un bel piatto di capretto arrosto. Isacco credendo che fosse Esaù, gli dette la benedizione promessa all’altro fratello, sicché si può immaginare il doloroso stupore del padre e del figlio di fronte all’inganno in cui erano caduti. Però anche Esaù ebbe dal padre la sua benedizione, adatta al suo carattere di uomo di campagna che attendeva dalla terra il pingue alimento e al suo spirito guerriero insofferente di giogo. Dopo l’incidente però Giacobbe dovette allontanarsi dalla casa e rifugiarsi presso Labano, suo zio materno. Una opportuna scusa da parte di Rebecca giustificò agli occhi del padre la partenza di Giacobbe la quale gli parve una buona occasione offerta al figlio perché scegliesse anche lui una sposa dalla medesima famiglia materna.

 

Testo e traduzione

Toledot, facsimile dal Pentateuco di Shadal

La parashà manoscritta su un vero Sefer Torà

La parashà cantata

Giacobbe e la lotta per il primato morale, rav Riccardo Pacifici z”l

Parashat Toledot, Dante Lattes da Nuovo Commento alla Torà

Lezione sulla parashà di Toledot, rav Haiim Della Rocca

Il commento del Rashbam alla parashà di Toledot, Rav Gianfranco Di Segni e Jacov Di Segni

La primogenitura di Jakov 

Il lavoro e lo studio della Torà 

Identità ebraica tra autonomia e identificazione nei padri 

L’odore di Jakov 

La pecora tra 70 lupi 

I pozzi e la Torà

La Parashà di Toledot con gli occhi di Itzchak e Rivkà   

I gemelli, anche sei per gravidanza

La voce è la voce di Jacov

L’haftarà di Toledot

Rapporto con la parashà: Affermazione che Dio protegge Israele contro i discendenti di Esaù come aveva protetto Giacobbe contro il fratello Esaù.

Tutte le haftarot di Bereshit nella traduzione di Shadal


 

Vaiezè, Genesi 28,10 - 32,3

 

La partenza di Giacobbe - La scala e gli angioli - L’incontro  con Rachele al pozzo - L’inganno  di Labano - I 20 anni di lavoro - Il ritorno a casa - Il patto di pace col suocero.

 

Giacobbe partì dunque dalla casa paterna, da Beer-Shèva, diretto a Charàn, e poiché era calato il sole, si fermò a pernottare in aperta campagna, sulla nuda terra, avendo come capezzale alcune pietre. E sognò una scala che dalla terra arrivava fino al cielo e lungo la quale salivano e scendevano gli angioli di Dio. In cima alla scala, o accanto a lui, gli pareva che stesse il Signore e gli ripetesse la promessa fatta ad Abramo e a Isacco e lo assicurasse della Sua protezione. Destatosi la mattina rimase lietamente sorpreso della visione avuta nella notte ed in segno di grazie eresse sul luogo stesso, come una consacrata lapide commemorativa, la pietra che gli era servita di guanciale. Dando poi il nome di Beth-El (casa di Dio) a quel posto che si chiamava in origine Luz, egli espresse il voto che, se fosse tornato in salute alla casa paterna, su quella pietra avrebbe eretto un santuario, offrendo al Signore la decima di quanto avrebbe posseduto.

Ripreso poi il viaggio, giunse finalmente in una terra abitata da tribù arabe e si fermò presso un pozzo, dove i pastori si davano convegno per abbeverare le loro greggi. Avendo saputo che essi erano proprio di Charàn, domandò loro se conoscevano Labano ed essi gl’indicarono una ragazza che sopraggiungeva proprio allora col gregge. Era costei Rachele, figlia di Labano, sua cugina. Fatta la reciproca affettuosa conoscenza, Giacobbe fu invitato da Labano ad abitare presso di lui e, dopo un mese, fu stabilito fra loro che, in cambio dell’aiuto che gli avrebbe dato nella sua azienda, Giacobbe avrebbe ottenuto in moglie di lì a sette anni la bella Rachele. Ma compiuto il periodo pattuito, Labano sostituì alla fanciulla promessa l’altra figliola maggiore, Lea, sicché Giacobbe dovete adattarsi a lavorare altri sett’anni se volle ottenere la desiderata sposa.

La sorte familiare delle due sorelle fu stranamente diversa: Lea regalò al marito un figlio dopo l’altro, mentre Rachele attese lunghi anni la parole agognata finché partorì Giuseppe. Fu allora che Giacobbe espresse al suocero il desiderio di tornare nella sua terra, ma fu trattenuto per altri sei anni, giacché la sua opera attiva e intelligente era riuscita molto proficua all’azienda di Labano. Ma lo sfruttamento a cui era sottoposto dal suocero era divenuto così insopportabile che Giacobbe decise di partire di nascosto. Labano accortosi dell’improvvisa fuga, lo inseguì e, raggiuntolo, lo rimproverò aspramente. Ma poi fecero la pace e si separarono con attestazioni di reciproco affetto.

Ripreso il cammino, Giacobbe s’imbatté in una schiera di angioli, questa volta in terra e non più sulla scala che giungeva al cielo. Il luogo in cui avvenne il miracoloso incontro fu chiamato da lui Machanàjm.

 

Testo e traduzione

Vaiezè, facsimile dal Pentateuco di Shadal

La parashà cantata, Jonathan Pacifici

Il patriarca Giacobbe e la vita di Israele, rav Riccardo Pacifici z”l

Parashat Vaiezè, Dante Lattes da Nuovo Commento alla Torà

La fuga di Jacov

Il sonno di Jacov sul monte Moriah

La relatività della via e della morte

La solerzia nelle mizvot 

Le mandragole di Rachel e Leà 

Chi forma le coppie 

La shlichut di Jacov a Charan 

Jacov e la contrazione dello spazio e del tempo

Il sogno di Jacov alla luce del Matan Torà

Quando gli angeli si danno il cambio e Jacov resta solo   

Il confine tra Galed e Jegar Saadutà

Guardati dal parlare con Jacov bene o male

L’haftarà di Vaiezè

Rapporto con la parashà: Nella haftarà si accenna ad alcuni particolari della vita di Giacobbe, narrati nella parashà.

Tutte le haftarot di Bereshit nella traduzione di Shadal


 

Vaishlach, Genesi 32,4 - 36,43

 

L’incontro fraterno e gentile di Giacobbe con Esaù - Il rapimento di Dina e l’eccidio di Sichém - La morte di Rachele e di Isacco - La genealogia di Esaù.

 

Giacobbe, desideroso di riconciliarsi col fratello, si fece precedere da alcuni suoi messi con l’incarico di annunziargli la sua venuta e di recargli il suo saluto. Alla notizia che il fratello era scortato da 400 uomini, Giacobbe s’impaurì e corse ai ripari non senza mandargli un cospicuo dono di animali per guadagnarsene l’animo. Nella notte d’attesa, egli si trovò a dover combattere con un angiolo che, prima di lasciarlo, lo colpì nell’anca. Quando i due fratelli s’incontrarono, si fecero una calorosissima accoglienza e si riconciliarono. Giacobbe si attendò nelle campagne di Sichèm ed in quella città la figliuola Dina venne rapita dal principe ereditario del luogo che, per riparare allo scandalo, convinse il padre a chiedere in isposa la ragazza vittima della sua improvvisa passione. Ma, sebbene il Re avesse accettato tutte le condizioni impostegli dai fratelli della ragazza e la popolazione di Sichèm si fosse sottoposta alla circoncisione, i figliuoli di Giacobbe, per vendicare l’onta fatta alla famiglia, assalirono e trucidarono tutti gli abitanti della città. Giacobbe impressionato credette opportuno abbandonare quei luoghi e si diresse verso il sud.

Lungo il viaggio Rachele moriva, dando alla luce il suo secondo figlio Beniamino.

 

Testo e traduzione

Vaishlach, facsimile dal Pentateuco di Shadal

La parashà cantata, Jonathan Pacifici

Lezione sulla parashà di Vaishlach, rav Hillel Sermoneta,  fonti

Il nome Israele e la lotta, rav Riccardo Pacifici z”l

Parashat Vaishlach, Dante Lattes da Nuovo Commento alla Torà

Il bacio tra Jacov ed Esav

La gamba colpita di Jacov e le tre feste

Lo yezer ha-

Il thum (limite) dello shabbat

La “conquista” di Jerushalaim

Lo studio dei bambini

Jacov e lo shabbat

Jacov, Ministro delle Finanze di Shechem

Tutto è Torà, ma come? 

E lo ha redento dalla mano di colui che è più forte di lui

L’haftarà di Vaishlach

Rapporto con la parashà: Si parla degli Idumei, discendenti di Esaù, ricordato nella parashà.

Tutte le haftarot di Bereshit nella traduzione di Shadal


 

Vaieshev, Genesi 37,1 - 40,23

 

Giuseppe ed i suoi fratelli - Giuseppe in Egitto - La moglie di Potifàr - Il sogno dei servi di Faraone - Giuda e Tamar.

 

Fra i figli di Giacobbe, il più caro di tutti al cuore del padre era Giuseppe. Questa predilezione suscitò il rancore dei fratelli, irritati per l’aria di superiorità e per la vanagloria ch’egli mostrava nei loro riguardi col racconto dei suoi sogni di grandezza. L’inimicizia dei fratelli arrivo al punto che essi un giorno si erano decisi a toglierlo di mezzo se, per consiglio di Reuvén che si proponeva di sottrarlo alla loro vendetta e di rimandarlo sano e salvo a casa, non lo avessero calato in un pozzo. Intanto alcuni mercanti midianiti capitati in quella località avevano tirato Giuseppe fuori dalla cisterna e l’avevano venduto ad una carovana di ismaeliti che, condottolo in Egitto, lo vendettero a Potifàr, alto ufficiale della corte faraonica. Potifàr, dopo aver apprezzato l’attività e la serietà di Giuseppe, gli affidò l’amministrazione e la direzione della sua casa e dei suoi beni. E le cose procedettero nel migliore dei modi, finché un giorno la moglie di Potifàr, sdegnata contro Giuseppe che, per senso di onestà, aveva rifiutato di accondiscendere alle sue voglie, lo accusò di tentata seduzione di fronte al marito il quale lo fece mettere in prigione. Nello stesso carcere si trovavano due addetti alla mensa di Faraone, ai quali egli riuscì una mattina a spiegare un loro strano sogno in modo che risultò pienamente giusto e veritiero. Mentre si svolgeva il complotto dei fratelli contro Giuseppe, o poco prima, Giuda si univa ad una donna cananea d’un paese vicino, da cui aveva tre figliuoli, al primo dei quali dava in moglie una ragazza di nome Tamàr. Essendo questo figliuolo morto, Tamàr fu maritata al secondogenito, per obbedire al costume del levirato fin da allora vigente. Ma anche il secondo marito moriva e Tamàr veniva rimandata alla casa paterna in attesa che il terzo figliuolo di Giuda fosse cresciuto ed ella potesse ottenerlo per marito. Stanca però di attendere, Tamàr riusciva con un sotterfugio ad attrarre Giuda presso di lei. Da questa unione nascevano due gemelli: Perez e Zérach.

 

Testo e traduzione

Vaieshev, facsimile dal Pentateuco di Shadal

La parashà cantata, Jonathan Pacifici

Lezione sulla parashà di Vaieshev, Umberto Pace 

Accenni su Hanukà nella parashà di Vaieshev, Rav Amedeo Spagnoletto 

La storia di Giuseppe, rav Riccardo Pacifici z”l
Parashat Vaieshev, Dante Lattes da Nuovo Commento alla Torà

Il rapporto tra Jacov e Josef

Purim e Hanukà nella Torà

La parashà dei sogni 

I sogni e la redenzione 

Hanukà e Torà 

L’educazione e Hanukà 

Uscire fuori

Quando lo zadik non può fare teshuvà

Hamakom gorem

La pubblicità della mizvà

L’haftarà di Vaieshev

Rapporto con la parashà: Secondo il Midrash si allude, nel primo verso della haftarà, alla vendita di Giuseppe, narrata nella parashà.

Tutte le haftarot di Bereshit nella traduzione di Shadal


 

Mikez, Genesi 41,1 - 44,17

 

I sogni di Faraone - Giuseppe viceré dell’Egitto - I figli di Giacobbe si recano in Egitto per far acquisto di grano - Primo incontro col fratello - secondo incontro.

 

Due anni dopo anche Faraone ebbe i suoi sogni: gli pareva di vedere uscire dalle acque del Nilo sette vacche grasse, seguite da sette vacche magre che se le divoravano e poi gli pareva di vedere sette spighe rigogliose che venivano inghiottite da sette spighe esili e appassite. I maghi da lui convocati non seppero spiegargli i due sogni. Fu allora che il coppiere si ricordò di Giuseppe che gli aveva così bene interpretato il suo sogno e consigliò al re di chiamarlo a corte perché gli chiarisse il significato dei suoi sogni. Giuseppe, fatto venire al palazzo reale, disse che i due sogni annunziavano prima sette anni di grande abbondanza e poi sette anni di grave carestia. Proponeva quindi di requisire durante i primi sette anni e di ammassare quanto più grano si potesse perché fosse sufficiente anche per i sette anni di carestia. Il re ammirando l’acuto ingegno di Giuseppe lo nominò suo viceré coll’incarico di provvedere alla raccolta e poi alla distribuzione del grano.

Venuti gli anni della carestia essa si fece sentire anche nella terra di Canaan dove vivevano Giacobbe e i suoi figliuoli i quali ad eccezione di Beniamino furono mandati in Egitto a far provvigione di grano. Giuseppe appena li vide li riconobbe e li accusò di essere delle spie e perché potessero dimostrare che lo scopo del viaggio era uno scopo onesto comandò loro di tornare a casa e di venire insieme col fratello minore che dicevano di aver lasciato col vecchio padre. Trattenne come prigioniero Simeone e rimandò gli altri col grano necessario alle loro famiglie.

Giunti in patria raccontarono al padre quanto era loro accaduto e quanto il ministro egiziano chiedeva da loro. Esaurito il grano comprato fu necessario prepararsi al secondo viaggio portando con sé questa volta anche Beniamino. Giuseppe li ricevette con grande affabilità invitandoli a mangiare nella sua residenza. Poi congedandoli fece mettere nel sacco appartenente a Beniamino la sua coppa di argento e li fece poi ricondurre alla sua presenza sotto accusa di furto minacciandoli di trattenere come schiavo quello dei fratelli che era stato sospettato di averlo derubato di un suo oggetto caro e prezioso.

 

Testo e traduzione

Mikez, facsimile dal Pentateuco di Shadal

La parashà cantata, Sandro Di Castro

Lezione sulla parashà di Mikez, Jonathan Pacifici - fonti

La parashà di Mikez e Hanukà, rav Michael Ascoli

Hanukà e Mikez in una lezione di Rav Azarià Figo (1579-1647), Andrea Spizzichino

Giuseppe, personaggio tipico della storia ebraica, rav Riccardo Pacifici z”l

Parashat Mikez, Dante Lattes da Nuovo Commento alla Torà

Josef, punito come adultero 

Quando lo Shabbat di Hanukà è Capo Mese

L’averà, punizione per l’averà  

La ricerca dell’istinto del male 

La lingua ebraica alla corte del Faraone 

La Redenzione 

Il segreto dell’Uno

Uno shabbat alla corte d’Egitto

Il sogno e la realtà

Partecipare alle difficoltà del pubblico

L’haftarà di Mikez

Rapporto con la parashà: Le prime parole della haftarà accennano ad un sogno di Salomone, e nella parashà si descrive a lungo il sogno del Faraone.

Tutte le haftarot di Bereshit nella traduzione di Shadal


 

 Vaigash, Genesi 44,18 - 47, 27

 

Il discorso di Giuda - Giuseppe commosso si fa riconoscere - Partenza di Giacobbe per l’Egitto - Incontro con Giuseppe - Sua visita a Faraone - Le misure economiche di Giuseppe per far fronte alla carestia.

 

Giuda, che si era reso responsabile verso il padre per la partenza di Beniamino, dinanzi alla minaccia di Giuseppe di tenere schiavo il fratello sotto accusa di furto, tiene un discorso pieno di vigore e di affetto per il vecchio padre e si offre di sostituirsi a Beniamino nella prigionia e nella schiavitù. Davanti a questa prova di affetto fraterno dimostrato da Giuda, Giuseppe non può trattenere la commozione e, fatti allontanare tutti i suoi servi, si rivela piangendo ai fratelli, felice di aver saputo che il padre era ancora in vita e, dinnanzi alla meraviglia dei fratelli, li rassicura del suo perdono affermando anzi che la loro azione era stata utile alla vita e alla salvezza di tutta la famiglia che altrimenti sarebbe morta di fame negli anni della carestia. Li invita a tornare a casa per dare la lieta notizia al padre e per farlo scendere con tutti i suoi in Egitto, dove egli avrebbe provveduto al loro mantenimento.

Il Re, informato da Giuseppe, dava ordine di mettere a disposizione di Giacobbe i necessari mezzi di trasporto, assicurandolo inoltre che non gli sarebbe mancato nulla nella sua nuova residenza.

Giacobbe, dapprima incredulo, si convince poi e si decide al viaggio, lieto di poter rivedere il figliuolo prediletto.

L’incontro fra il padre e il figlio fu commovente. Poi Giacobbe fece visita di omaggio al re col quale ebbe un breve, cordiale colloquio.

Gli egiziani, per acquistare il grano durante gli anni della carestia, dovettero vendere il loro bestiame, le loro terre e diventare servi della gleba di Faraone.

 

Testo e traduzione

Vaigash, facsimile dal Pentateuco di Shadal

La parashà cantata, Sandro Di Castro

Discorsi sulla Torà, parashat Vaigash, rav Riccardo Pacifici z”l

Parashat Vaigash, Dante Lattes da Nuovo Commento alla Torà

Il pianto di Yosef e il pianto di Yaakov, rav Gianfranco Di Segni

Io sono Josef

Forse mio padre è ancora vivo? 

Quando 66+3 fa settanta

In esilio, con il Signore  

Come si imposta una comunità ebraica 

Jacov in piedi davanti al Faraone 

Le qualità di un leader 

La Mishnà di Jeudà

La Parashà di Vajgash con gli occhi di Jeudà e Josef

I due vertici bilaterali  

I regali di Josef ai fratelli

L’haftarà di Vaigash

Rapporto con la parashà: Nella haftarà si annuncia per l’avvenire la concordia fra le tribù del regno di Israele, rappresentato specialmente da Efràim, figlio di Giuseppe, e quelle di Giuda, come nella parashà si narra la riconciliazione tra Giuseppe ed i suoi fratelli.

Tutte le haftarot di Bereshit nella traduzione di Shadal


 

Vaichì, Genesi 47,28 - 50,26

 

Giacobbe vuole essere sepolto nella tomba dei padri - Benedizione dei figli di Giuseppe - Benedizione dei 12 figli - morte e funerale di Giacobbe - Morte di Giuseppe.

 

Giacobbe, dopo esser vissuto in Egitto 17 anni e sentendo approssimarsi la morte, pregò Giuseppe di non farlo seppellire in terra straniera ma di farlo trasportare nel paese e nel luogo dove avevano trovato l'estrema dimora i padri che l’avevano preceduto. Quindi dichiarò di voler considerare come suoi propri figliuoli i figli di Giuseppe, dando però la preferenza al minore Efraim di fronte al maggiore Menashèh. Finalmente, radunati intorno al suo letto i figliuoli, espose loro in poetica forma il quadro delle future vicende della loro gente.

Giacobbe morì a 147 anni e fu trasportato in gran pompa e sepolto nella grotta di Machpelàh, nel sepolcreto degli avi.

Giuseppe morì a 110 anni, facendosi promettere dai fratelli, ai quali aveva espresso ancora una volta i suoi sentimenti di perdono, che avrebbero trasportato i suoi resti, nell'ora del ritorno, nella Terra promessa.

Così termina il primo Libro di Mosé, il libro della Genesi; in esso sono narrate le vicende della umanità primitiva e quelle dei padri del popolo d’Israele.

 

Testo e traduzione

Vaichì, facsimile dal Pentateuco di Shadal

La parashà cantata

Lezione sulla parashà di Vaichì, rav Shalom Bahbout

Lezione sulla parashà di Vaichì, Shalom Sermoneta - fonti

La benedizione di Giacobbe ed il nucleo della gente di Israele, rav Riccardo Pacifici z”l

Parashat Vaichì, Dante Lattes da Nuovo Commento alla Torà

Jeudà, re della Teshuvà 

Jacov nostro padre non è morto

Nella Tua salvezza ho sperato, oh Signore  

Il sorriso del Re Messia

La Ketubà di Asenat

La preghiera ed il canto 

Jacov, il giovane 

Come Efraim e Menashè 

Jacov, come Rabbì Jeudà Hannasì

I due giuramenti

L’haftarà di Vaichì

Rapporto con la parashà: La haftarà contiene le ultime disposizioni di David, come la parashà contiene le ultime disposizioni di Giacobbe.

Tutte le haftarot di Bereshit nella traduzione di Shadal

 


Genesi/Bereshit | Esodo/Shemot | Levitico/Vaikrà | Numeri/Bemidbar | Deuteronomio/Devarim